Il matrimonio concordatario: il rapporto tra giurisdizione canonica e giurisdizione civile

3. La giurisdizione del giudice civile

A) Le controversie inerenti alla trascrizione

La trascrizione, in quanto atto dello stato civile, determina che le controversie relative al suo procedimento ed ai suoi effetti rientrino nella giurisdizione statale.

La cessazione degli effetti della trascrizione di un matrimonio canonico, può avvenire nei seguenti casi:

  1. con il passaggio in giudicato delle sentenze di divorzio (art. 2, L. n. 898/1970) con effetti ex nunc: si tratta dell’ipotesi in cui le parti si rivolgono al giudice civile per ottenere una sentenza che dichiari, ricorrendone i presupposti previsti dalla legge, la cessazione degli effetti civili del matrimonio;
  2. di annullamento (art. 16, legge 847/1929, per la parte non derogata o abrogata dall’Accordo del 1984) con effetti ex tunc. I vizi denunciabili in tale ipotesi riguardano:
    • sussistenza di impedimenti inderogabili alla trascrizione previsti dall’art. 8.1 Acc. e annesso Protocollo Addizionale;
    • trascrizione tardiva senza il consenso di entrambi le parti;
    • l’atto d’iniziativa del procedimento di trascrizione sia stato assunto allorché una delle parti era incapace d’intendere e di volere, ovvero il consenso per tale atto era viziato da una di quelle cause che determinano l’invalidità del matrimonio civile.

B) I procedimenti di separazione dei coniugi

I coniugi che hanno contratto un matrimonio religioso con effetti civili in base alle norme del concordato, possono rivolgersi al giudice civile ricorrendo i presupposti previsti dalla legge. La separazione può essere sia consensuale che giurisdizionale a seconda che la coppia raggiunga o meno un accordo sulle condizioni personali (coniugali e genitoriali) e patrimoniali della separazione.

La sentenza pronunciata dal giudice civile non incide sul vincolo matrimoniale, sia nella sfera civile che religiosa: essa non modifica lo status coniugale limitandosi a regolamentare la crisi coniugale, sotto il profilo personale e patrimoniale, tra i coniugi e tra i medesimi e la prole.

C) I giudizi circa il riconoscimento (o meno) della dispensa pontificia del matrimonio rato e non consumato

Attualmente, i provvedimenti pontifici di dispensa dal matrimonio rato e non consumato non possono produrre efficacia nell’ordinamento giuridico italiano: è, esclusa, dunque l’ipotesi di un riconoscimento civile di tali provvedimenti, diversamente da quanto – invece – era stabilito nella citata disposizione concordataria del 1929, nella quale era consentito che anche alla dispensa da matrimonio rato e non consumato poteva essere data esecuzione con lo stesso procedimento con cui era data esecuzione alle sentenze di nullità del matrimonio canonico. Nell’Accordo del 1984 non si fa più menzione all’attribuzione degli effetti civili ai provvedimenti pontifici di dispensa da matrimonio rato e non consumato che deve ritenersi quindi abrogata.

Già prima della revisione concordataria, la Corte Costituzionale era intervenuta in merito con la sentenza del 2 febbraio 1982, n.18. Con la tale pronuncia, la Consulta, infatti, aveva già escluso la possibilità di rendere esecutivi agli effetti civili le dispense super rato, dichiarando illegittima – per contrasto con il principio fondamentale della tutela giurisdizionale dei diritti ex art. 24 cost. – la disposizione concordataria, nella parte in cui prevedeva appunto il potere della Corte d’appello di rendere esecutivo il provvedimento ecclesiastico col quale è concessa alle parti la dispensa pontificia dal matrimonio rato e non consumato.

La ragione fondamentale di tale posizione sarebbe da ricondurre alla circostanza che, secondo la dottrina prevalente (mentre in giurisprudenza sono a tutt’oggi rilevabili decisioni contrastanti in materia) la natura amministrativa e non giurisdizionale del procedimento previsto per la dispensa super rato non garantirebbe alle parti il rispetto del diritto di difesa, quale diritto inviolabile costituzionalmente garantito.

Ottenuta la dispensa, le parti potranno allora rivolgersi al giudice civile ai sensi e per gli effetti dell’art. 2 della legge 898/1970 (legge sul divorzio), applicandosi nella fattispecie l’art. 3, lett. f della medesima legge, ricorrendo l’ipotesi d’inconsumazione.

4. Il problema della giurisdizione canonica e/o civile sulla validità del vincolo matrimoniale

Se ed in che misura il giudice italiano possa, altresì, giudicare circa la validità del vincolo del matrimonio canonico trascritto è stato oggetto di un acceso dibattito dottrinale e giurisprudenziale relativamente alla sussistenza o meno della cosiddetta riserva di giurisdizione in materia di nullità matrimoniale a favore dei Tribunali ecclesiastici con l’entrata in vigore dell’Accordo di Villa Madama.

Per ben ricostruire e comprendere tale problematica è bene qui richiamare l’attenzione su quanto già accennato nella prima delle lezioni dedicata al matrimonio concordatario. Mi riferisco al principio canonistico – che è alla base della dottrina e della disciplina del matrimonio nell’ordinamento della Chiesa Cattolica – della inscindibilità tra contratto e sacramento, in forza del quale tra battezzati non può sussistere valido matrimonio che non sia allo stesso tempo un valido sacramento. Il matrimonio, dunque, per il suo profilo sacramentale, appartiene alle res spirituales cosicché sulla sua validità – così come sul suo scioglimento, in caso di matrimonio rato e non consumato – può pronunciarsi soltanto l’autorità ecclesiastica. Spetta, dunque, al giudice ecclesiastico – e rispettivamente al Pontefice – pronunciare la sentenza di nullità ovvero concedere la dispensa nel caso matrimonio rato e non consumato.

Tale posizione dottrinale ha ottenuto un formale ed espresso riconoscimento con il Concordato del 1929 (legge 810/1029). Stabiliva, infatti, l’art. 34, comma 4, che le cause concernenti la nullità del matrimonio canonico e la dispensa super rato sono ‘riservate alla competenza dei tribunali e dicasteri ecclesiastici’. Nel 1984 con la modifica del Concordato, non ritroviamo nell’art. 8.2 tale formula: tuttavia, il comma successivo contiene un inciso con la quale la Santa Sede, anche in tale sede di revisione, ribadisce l’immutabilità della dottrina cattolica sul matrimonio.

Fine del principio di riserva di giurisdizione a favore dei tribunali ecclesiastici?

Diverse gli orientamenti della dottrina e della giurisprudenza.

a) Fine della riserva e tesi della giurisdizione ‘concorrente’ (criterio della cosiddetta prevenzione)

Secondo questa tesi – sostenuta da una parte della dottrina e dalla Corte di Cassazione (Cass. Civ. Sez. Un. 13 febbraio 1993, n. 1824) – sia il giudice civile che il giudice ecclesiastico sono competenti a giudicare della nullità del matrimonio: le parti possono cioè adire sia il Tribunale ecclesiastico che quello civile, ed in quest’ultimo caso, il giudice potrà pronunciarsi sulla validità del vincolo matrimoniale applicando al caso in esame le disposizione civilistiche o quelle canonistiche.

La mancata riproduzione della formula contenuta nell’art. 34 del Concordato nel vigente art. 8.2 dell’Accordo è l’argomento che sta alla base di tale posizione, cui si aggiunge un ulteriore ragione, ancora una volta di natura formale. I sostenitori di tale tesi, infatti, richiamano, da una parte, l’art. 8.2, laddove richiede, ai fini del riconoscimento, la sussistenza di ‘altre condizioni richieste dalla giurisdizione italiana per la dichiarazione di efficacia delle sentenze straniere; dall’altra, il punto 4, lett. b) del Protocollo Addizionale che a tale riguardo richiama l’art. 797 – ora abrogato con l’entrata in vigore della legge 218/1995, sulla riforma del sistema italiano di diritto internazionale provato. Ci si riferisce, in particolare alle disposizioni nn. 5 e 6 che prevedevano, ai fini del riconoscimento, la non contrarietà della sentenza da delibare con altra pronunciata dal giudice italiano, né la pendenza dinnanzi dal medesimo giudice di un giudizio per il medesimo oggetto e tra le stesse parti. Nell’ipotesi allora che le parti si siano rivolte a giudici diversi (una il giudice statale; l’altro quello ecclesiastico), un’attenta lettura di tali disposizioni condurrebbe coerentemente a tale conclusione: in tali casi dovrà prevalere la giurisdizione civile su quello ecclesiastica).

La conferma della tesi della fine della riserva di giurisdizione canonica è riscontrabile, infine, nell’art. 13, n. 1 Acc che dispone in tali termini: “Salvo quanto previsto dall’art. 7, n. 6, le disposizioni del Concordato stesso non riprodotte nel presente testo sono abrogate”.

b) Tesi della sopravvivenza logica della riserva: volontà delle parti e principio di laicità

Per la permanenza della riserva di giurisdizione dei Tribunali ecclesiastici in materia di validità del vincolo matrimoniale, si schiera, invece, un’altra parte della dottrina. Gli argomenti sono i seguenti:

  1. in generale, si richiama il disposto dell’art. 13, n. 1 Acc. in base al quale: “Le disposizioni precedenti costituiscono modificazioni del Concordato lateranense accettate dalle due Parti”. Tale disposizione – che esprime la ‘volontà delle Parti” – contiene un preciso canone ermeneutico che porta ad escludere che nel 1984 si sia adottato un “nuovo” Concordato. “In tale senso” – afferma autorevole dottrina – “si era più volte espresso il Parlamento nel corso dei lavori di revisione, autorizzando il Governo ad avviare e a concludere il negoziato con la Santa Sede nei limiti di quell’esigenza di “armonizzazione costituzionale” del testo concordatario condivisa da gran parte delle forze politiche”. Non potendosi trascurare tale criterio ermeneutico in sede d’interpretazione del Concordato, il sistema matrimoniale concordatario che deriva dalle disposizioni del 1984 deve ritenersi essenzialmente “aggiornato”, rimanendo così inalterati i capisaldi strutturali, quali la riserva di giurisdizione a favore del giudice ecclesiastico;
  2. in particolare, si richiama il principio di laicità, quale principio costituzionale superiore e “strutturante” di tutto l’ordinamento. Se e nella misura in cui le Parti abbiano voluto fare riferimento al matrimonio-sacramento – res spirituales – cosi come disciplinato dalle norme del diritto canonico, quale presupposto per il conseguimento degli effetti civili nell’ordinamento italiano in base al procedimento di trascrizione, il giudice potrà essere solo quello ecclesiastico, essendo precluso allo Stato di ‘entrare’ nell’ordine proprio della Chiesa ex art. 7 cost. In sede di negoziazione della revisione del concordato, le Parti non avrebbero, dunque, potuto disporre liberamente in tema di giurisdizione, stante la natura indisponibile del principio di laicità da parte di qualsivoglia organo dello Stato, essendo sottratto finanche dal potere di revisione costituzionale. La stessa Corte Costituzionale con la sentenza n. 18/1982 sottolineò il legame “funzionale” della riserva di giurisdizione canonica alla disciplina matrimoniale: “se il negozio cui si attribuiscono effetti civili nasce nell’ordinamento canonico e da questo è regolato nei suoi requisiti di validità, è logico corollario che le controversie sulla sua validità siano riservate alla cognizione degli organi giurisdizionali dello stesso ordinamento”.

I sostenitori della tesi della sopravvivenza della riserva richiamano, altresì, l’attenzione sui “rischi” che derivano dall’accogliere le tesi della fine della giurisdizione canonica. Il giudice civile, infatti, chiamato a giudicare sulla validità del matrimonio concordatario, si troverebbe ad agire in modo incostituzionale sia che applichi il diritto canonico sia la normativa civile: nel primo caso, il giudice si pronuncerebbe sulla validità di un sacramento – res spirituales –, cioè di un matrimonio “contratto” secondo le norme del diritto canonico, violando il principio di laicità; nel secondo caso, il vulnus riguarderebbe le norme concordatarie, laddove si fa espresso riferimento alla disciplina del diritto canonico per contrarre il matrimonio diretto, a discrezione delle parti, a conseguire effetti civili.

In conclusione: è la legge canonica a disciplinare la validità del vincolo, è l’autorità competente ad applicarla al caso concreto è il giudice ecclesiastico, l’unico a poter valutare anche le ipotesi di nullità tipicamente confessionali – ma non solo – non previste dalla normativa civilistica.

5. Il matrimonio davanti ai ministri delle confessioni religiose cattoliche

Quasi contemporaneamente alla stipula dei Patti Lateranensi è stata emanata la legge sui culti ammessi ed il regio decreto contenente norme di attuazione della legge stessa che hanno disciplinato l’ipotesi di matrimonio celebrato dai ministri dei culti ammessi nello Stato diversi da quello cattolico.

Si consentì ai seguaci delle confessioni acattoliche di celebrare, con l’osservanza delle formalità prescritte dalla legge statale, il matrimonio davanti ai ministri dei rispettivi culti. Questa legislazione è ancora in vigore, non si applica però ai matrimoni contratti dagli appartenenti alle confessioni religiose che hanno stipulato con lo Stati le intese di cui all’art. 8, terzo comma, Costituzioni. Per essi le leggi emanate sulla base delle intese prevedono un regime giuridico affine a quello del matrimonio concordatario. Si può pertanto affermare che sulla scorta dell’esame di tutta la normativa esistente in materia matrimoniale che in Italia vigono oggi tre diverse discipline del negozio matrimoniale civilmente rilevante:

  1. il matrimonio civile, celebrato davanti all’ufficiale di stato civile, interamente regolato nelle disposizioni del codice;
  2. il matrimonio canonico, celebrato innanzi al ministro del culto cattolico e avente effetti civili ed è sottratto alla disciplian del codice civile, in quanto regolato, come prevede l’art. 82 cc. in conformità del Concordato con la Santa Sede e le leggi speciali in materia
  3. il matrimonio acattolico, celebrato innanzi ai ministri del culto diversi da quello cattolico. Detta forma di matrimonio, secondo l’art. 83 cc. è regolato dalle disposizioni del matrimonio civile, salvo quanto stabilito dalla legge speciale concernente tale matrimonio (la legge sui culti ammessi) cui vanno aggiunte le leggi relative alle confessioni che hanno stipulato con lo Stato intese ex art. 8, terzo comma, Costituzione.

La dottrina quindi sostiene che il matrimonio acattolico costituisce un terzo tipo di matrimonio in quanto non può né essere assimilato al matrimonio canonico, perché ci sono delle divergenze, né al matrimonio civile, visto che anche se il negozio matrimoniale si forma per intero all’interno dell’ordinamento civile statuale, non si è voluto imporre a chi ha una fede religiosa diversa da quella cattolica, la sola formula del matrimonio civile, ma si è voluto dare spazio e riconoscimento alla possibilità di stipulare un diverso tipo di matrimonio dal quale produrre effetti civili.

Per quanto riguarda gli altri culti che non hanno stipulato un’intesa, il sistema adottato dalla legge sui culti ammessi, fa si che acquisisca effetti civili solo i matrimoni che sono celebrati con un ministro di culto che sia stato approvato dal Ministero degli Interni e che sia un ministro di culto italiano e parli italiano.

Per quanto riguarda le intese ex art. 8 Costituzione prevedono una regolazione molto simile a quella del matrimonio concordatario. Per esempio, il culto valdese è regolamentato dall’art. 11 della legge 449 del 1984 e si riconoscono effetti civili ai matrimoni celebrati con rito valdese, a condizione che l’atto stesso sia trascritto nei registri dello stato civile previa pubblicazione all’albo comunale. Piena competenza in materia di capacità, impedimento e nullità dell’atto matrimoniale è affidata alle leggi dello Stato e non è necessaria l’approvazione governativa per la nomina dei ministri celebranti.

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