Le fonti del Diritto ecclesiastico

Benito Mussolini e il Cardinale Gasparri firmano i Patti Lateranensi, 11 febbraio 1929
Benito Mussolini e il Cardinale Gasparri firmano i Patti Lateranensi, 11 febbraio 1929

Il sistema delle fonti del diritto ecclesiastico risulta molto articolato e complesso. Esso è presidiato da due principi fondamentali: il principio di laicità ed il principio pattizio. Con il primo, quello di laicità, lo Stato, nel riconoscere indipendenza ed autonomia (fonti autonomiche) alle Confessioni religiose (riserva di competenza), attesta la propria incompetenza in materia religiosa, e, dunque, intervenire negli interna corporis; in base al secondo, quello pattizio, lo Stato e le Confessioni religiose, nelle materie e rapporti ritenuti di comune interesse, ricorrono a dei “moduli convenzionali”, che tengono conto della specifica identità e autonomia costituzionalmente garantita alle organizzazioni confessionali. Diversa declinazione assumerà il principio pattizio a seconda della Confessione considerata. Infatti:

  1. con la Chiesa Cattolica i rapporti con lo Stato Italiano sono regolati dai Patti Lateranensi (art. 7, comma 2, Cost.);
  2. per le Confessioni acattoliche le relazioni sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze (art. 8, comma 3, Cost.).

In dottrina si utilizzano vari criteri per classificare le fonti del diritto ecclesiastico: storico, politico-culturale e formale.

a) Criterio storico

L’applicazione di tale criterio – che riconduce l’origine e lo sviluppo di una normativa rilevante per la nostra disciplina ad un determinato periodo storico – prende in particolare considerazione la legislazione ecclesiastica del periodo storico-politico-istituzionale, quello che va dall’Unificazione dell’Italia ai nostri giorni. Tre sono le epoche che caratterizzano tale periodo:

  1. epoca liberale (nessuna norma è in vigore);
  2. epoca fascista (numerosi e fondamentali disposizioni):
  3. epoca repubblicana (numerose e fondamentali normative).

b) Criterio politico-culturale

Tale criterio si radica, invece, sul diverso atteggiamento assunto dallo Stato nei confronti del fenomeno religioso, e, dunque, delle relazioni tra sfera politica e religiosa.

Distinguiamo:

  1. filone separatista: che ispira alcune disposizioni risalenti al legislatore liberale e la normativa costituzionale dell’epoca repubblicana;
  2. filone confessionista: individuabile nella residua legislazione di epoca fascista, in particolare, nelle norme del codice penale, oggi peraltro interamente riformulate;
  3. filone regalista-giurisdizionalista: ormai residuale, che tuttora ispira, sia pure in modo attenuato, la legge sui culti ammessi ed il regolamento di esecuzione.

c) Criterio formale

Tale criterio fa riferimento ai profili soggettivi ed oggettivi delle fonti di produzione normativa in materia ecclesiastica.

Distinguiamo:

  1. fonti di provenienza unilaterale statale;
  2. fonti di provenienza bilaterale (o fonti di origine pattizia);
  3. fonti di provenienza unilaterale confessionale (o fonti autonomiche);
  4. fonti di origine giurisprudenziale;
  5. fonti regionali;
  6. fonti internazionali;
  7. fonti comunitarie.

Analizziamo nel dettagli tali fonti:

1) Fonti di provenienza unilaterale statale

Si tratta dell’insieme delle norme prodotte dagli organi titolari nell’ordinamento italiano della potestà normativa. Si ricordano in particolare:

  1. le disposizioni costituzionali: che direttamente o indirettamente disciplinano il fenomeno religioso (artt. 2-3, 7-8, 19-20, 29-31, 32, 33-34);
  2. la legge n. 1159 del 1929 sui culti ammessi ed il relativo regolamento di esecuzione, r.d. n. 289 del 1930 (che si applicano alle confessioni religiose prive di intesa con lo Stato);
  3. Codice Civile, Codice Penale, Codice di Procedura Civile, Codice di Procedura Penale (che contengono norme relative a fattispecie connesse a diverso titolo con la libertà di coscienza e di religione: destinazione al culto delle chiese e di altri luoghi di culto, giuramento in sede processuale, reati in materia religiosa);
  4. legge sull’obiezione di coscienza;
  5. legge sulla procreazione medicalmente assistita;
  6. legge elettorale (che contiene i cosiddetti reati o abusi elettorali di ministri di culto);
  7. la legge sulle ONLUS;
  8. la legge sulla parità scolastica;
  9. la legge sullo statuto giuridico degli insegnanti di religione;
  10. la legge sugli oratori.

2) Fonti di provenienza bilaterale

Sono quelle oggetto di accordi o intese tra lo Stato Italiano e le Confessioni religiose, cui è riservata, in forza degli artt. 7 e 8 Cost., la disciplina dei relativi rapporti:

  1. legge 27 maggio 1929, n. 810, di ratifica ed esecuzione del Trattato Lateranense dell’11 febbraio 1929;
  2. legge 25 marzo 1985, n. 121, di ratifica ed esecuzione dell’Accordo di revisione del Concordato;
  3. legge 11 agosto 1984, n. 449, di approvazione dell’Intesa con la Tavola Valdese;
  4. legge 22 novembre 1988, n. 516, di approvazione dell’Intesa con le Chiese Cristiane Avventiste;
  5. legge 22 novembre 1988, n. 517, di approvazione dell’Intesa con le Assemblee di Dio in Italia;
  6. legge 8 marzo 1989, n. 101, di approvazione dell’Intesa con l’Unione delle Comunità israelitiche italiane;
  7. legge 12 aprile 1995, n. 116, di approvazione dell’Intesa con l’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia;
  8. legge 29 novembre 1995, n. 520, di approvazione dell’Intesa con la Chiesa Evangelica Luterana in Italia.

Tali leggi appartengono alla categoria delle cosiddette fonti atipiche o rinforzate: si tratta cioè di legge ordinarie del Parlamento, ma la presenza di un previo Accordo o Intesa con la Confessione interessata, aggravando il loro iter di formazione, conferisce loro una forza di resistenza passiva all’abrogazione “superiore” a quella delle fonti ordinarie di pari grado. La modifica di tali leggi, infatti, è subordinata alla previa modifica dell’accordo o intesa, salvo che si proceda unilateralmente da parte dello Stato alla modifica delle disposizioni costituzionali che le prevedono (artt. 7 e 8 Cost.) ricorrendo alla procedura di cui all’art. 138 Cost.

Anche qui, tuttavia, occorre fare una distinzione tra le confessioni religiose:

  1. per la Chiesa cattolica norme di derivazione concordataria: si tratta di norme derivanti dalle leggi di ratifica ed esecuzione dei Patti lateranensi (legge n. 810/1929) e da quelle del successivo Accordo di revisione concordataria con la Chiesa Cattolica (legge n. 121/1985). Esse godono di una particolare stabilità o copertura costituzionale, nel senso che pur essendo state formalmente costituzionalizzate (infatti la loro modifica se attuata di comune accordo non richiede procedimento di revisione costituzionale: art. 7, comma 2, Cost.), tuttavia presentano una forza di resistenza passiva all’abrogazione superiore non solo alle leggi ordinarie ma alle stesse norme costituzionali, cui possono quindi derogare, col solo limite del rispetto dei principi supremi dell’ordinamento;
  2. Per le confessioni confessioni acattoliche norme di derivazione pattizia: si tratta delle disposizioni contenute nelle leggi di approvazione delle Intese che, però, non godono della copertura costituzionale come quella prevista per le norme di derivazione concordataria sopra indicate, in quanto il comma 3 dell’art. 8 Cost., si è limitato a costituzionalizzare il principio pattizio, che attiene al loro procedimento di formazione e non al loro contenuto. Esse dovranno essere conformi al contenuto delle Intese (cosiddette leggi a contenuto costituzionalmente vincolato), che ne rappresentano il presupposto di legittimità costituzionale, e pertanto sono destinate a prevalere su tutte le altre leggi ordinarie, ma non potranno derogare a nessuna delle disposizioni costituzionali, alle quali sono integralmente soggette

3) Fonti di origine confessionale

Sono le norme prodotte dagli stessi ordinamenti confessionali per disciplinare determinati rapporti ed alle quali lo Stato conferisce valore giuridico ed efficacia civile, rinunciando a dare una disciplina propria a quel tipo di rapporti, consentendo che questi ultimi siano regolati dall’ordinamento confessionale le cui statuizioni vengono, pertanto, ad essere recepite dall’ordinamento dello Stato.

Il problema si pone essenzialmente per il diritto della Chiesa cattolica (diritto canonico).

Il collegamento tra l’ordinamento italiano e l’ordinamento confessionale avviene attraverso le modalità del rinvio formale e del presupposto e non attraverso il rinvio materiale e ricettizio giacché questo comporterebbe una “nazionalizzazione” delle norme richiamate.

Rinvio formale o non recettizio: lo Stato, rinunciando a disciplinare direttamente con proprie norme una determinata materia, attribuisce direttamente efficacia civile al diritto confessionale, così come vige nell’ordinamento di origine e senza assorbirlo al proprio interno. È quanto avviene con quelle norme di derivazione concordataria che attribuiscono rilevanza civile ai controlli confessionali sull’amministrazione degli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti. Con tale criterio lo Stato rinuncia a disciplinare con proprie norme una determinata materia, preferendo attribuire efficacia alle norme confessionali.

Presupposizione: si dà luogo alla presupposizione (o presupposto in senso tecnico) qualora il diritto dello Stato non fa sue le norme dell’ordinamento confessionale, ma assume le situazioni giuridiche concrete che in questo sono nate sulla base delle norme a questo proprie. Così ad esempio la qualifica di “ecclesiastico” o di “ministro di culto”, cui sono riconnesse una serie di conseguenze nell’ordinamento italiano, è da quest’ultimo riconosciuta a quelle persone fisiche che, in base alle norme interne dei vari ordinamenti confessionali, siano state destinate al servizio del culto.

4) Le fonti regionali

L’art. 117, comma 2, lett. c, sancisce la potestà legislativa esclusiva dello Stato nella materia dei “rapporti tra la Repubblica e le Confessioni religiose” conformemente agli artt. 7 e 8 Cost. Da tale disposizione deriverebbe che le Regioni non possono legiferare in materie oggetto di disciplina pattizia. Diversamente per materie oggetti di disciplina unilaterale in base al criterio di ripartizione del potere legislativo tra Stato e Regioni (art. 117 cost.). Tuttavia il comma 5 del medesimo articolo riconosce alle Regioni una vera e propria soggettività esterna nei rapporti con altri ordinamenti con espresso riferimento “all’attuazione e all’esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione europea” nonché di “concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato” (art. 117, ultimo comma).

Sotto tale profilo, e limitatamente alla Chiesa Cattolica, le clausole di rinvio previste dall’Accordo del 1984 prevedono la possibilità che tra i due ordinamenti si possano concludere intese. Si è affermato, tuttavia, che tale disposizione, in forza della copertura costituzionale di cui all’art. 7, comma 2, Cost., impedirebbe l’operatività della riforma del titolo V sotto tale peculiare profilo, e quindi la possibilità per le Regioni di legiferare anche in materie oggetto di normativa pattizia.

Nelle materie che rientrano nella competenza legislativa delle Regioni, segnaliamo per la loro peculiare rilevanza per il diritto ecclesiastico le seguenti: istruzione, formazione, turismo religioso, assistenza, servizi sociali, edifici di culto, rispetto alle quali l’art. 117, comma 2, lett. m, stabilisce il compito per i medesimi enti locali di assicurare “i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”, tra cui è ricompresa, appunto, la libertà religiosa.

5) Fonti giurisprudenziali

Tra le fonti del diritto ecclesiastico troviamo anche le sentenze pronunciate dalla Corte Costituzionale, oltre quelle delle altre Corti Supreme (Corte di Cassazione, Consiglio di Stato).

Il loro ruolo nell’evoluzione della disciplina del fenomeno religioso è stato, ed è ancora oggi, fondamentale.

Come sarà approfondito nelle prossime lezioni, l’individuazione del principio di laicità e la sua riconducibilità alla categoria dei cosiddetti “principi supremi” dell’ordinamento costituzionale (dotati di “una valenza superiore rispetto alle altre norme o leggi di rango costituzionale”) sono dovuti alla storica sentenza n. 203 del 1989 della Consulta.

6) Fonti internazionali e comunitarie

Per quanto concerne le fonti internazionali, molte le convenzioni che disciplinano materie rilevanti per il diritto ecclesiastico:

Per le fonti comunitarie è bene precisare che, l’Unione Europea, come previsto dai Trattati istitutivi, non hanno alcuna competenza in materia ecclesiastica: i rapporti con le Confessioni religiose restano nella competenza esclusiva degli Stati membri. Tuttavia, gli organi dell’Unione hanno competenza su materia e settori di attività che potrebbe andare ad incidere sul loro regime giuridico, ponendo problemi di coordinamento e di salvaguardia dei sistemi di relazione tra Stato e Chiese nei singoli ordinamenti giuridici nazionali.

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