La libertà religiosa istituzionale

La facciata della Basilica di San Pietro in Vaticano con i campanili di Ferrabosco, in un dipinto di Viviano Codazzi

La facciata della Basilica di San Pietro in Vaticano con i campanili di Ferrabosco, in un dipinto di Viviano Codazzi

1. Principi generali

In merito al concetto di Confessione Religiosa la dottrina e la giurisprudenza formulano varie definizioni.

La definizione dottrinale più accredita è quella dell’insigne ecclesiasticita Francesco Finocchiaro, secondo il quale con tale espressione deve intendersi:

“Comunità stabili dotate o no di una organizzazione e normazione propria ed aventi una propria ed originale concezione del mondo basata sull’esistenza di un Essere trascendente in rapporto con gli uomini o sulla ricerca del Divino nell’immanenza”.

Non tutte le religioni tuttavia assumono un volto istituzionale e, quindi, non divengono Confessioni religiose: fedeli o, più in generale, gli aderenti ad una determinata religione non sempre rivestono giuridicamente le loro scelte religiose, esprimendosi in termini di diritti ed obblighi, ovvero, individuando organi con funzioni regolanti le dinamiche del gruppo religioso cui appartengono. Per altre religioni, invece, il profilo giuridico del loro agire ha una rilevanza imprescindibile: è il caso della Chiesa Cattolica, per la quale l’aspetto giuridico-istituzionale della propria realtà assume finanche una valenza teologica (… comunità gerarchicamente organizzata): organi e funzioni, doveri e diritti dei fedeli costituiscono, infatti, l’espressione istituzionale della religione cattolica, il suo ordinamento giuridico.

La nostra Costituzione presta particolare attenzione agli ordinamenti delle confessioni religiose: Cattolica (art. 7, comma 1 Cost.) e acattoliche (art. 8, comma 2, Cost.).

E questo per vari motivi riconducibili a principi che strutturano tutta l’architettura costituzionale del nostro ordinamento giuridico. Pensiamo al concetto di “sovranità” che permea di sé tutta istituti e norme previste dalla costituzione e che si esplica nel riconoscimento di ampi spazi di libertà ed autonomia di enti diversi da quelli propriamente statali; a quello di “pluralismo” da cui proprio discende la “estraneità” del fenomeno religioso organizzato rispetto allo Stato.

La condizione giuridica delle Confessioni religiose è diversa a seconda della istituzione confessionale di riferimento. Tuttavia, vi è un principio che riguarda tutte le Confessioni religiose, senza differenza alcuna: è quello contenuto nell’art. 8, comma 1 della Cost. laddove è stabilito che “Tutte le Confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”. Richiamerei la vostra attenzione sull’inciso “ugualmente libere”: la disposizione costituzionale in esame, infatti, non potrebbe affermare che le Confessioni “sono uguali”, perché, altrimenti, violerebbe il principio di laicità, che impone allo Stato di riconoscersi incompetente in materia religiosa. Con tale norma il legislatore ha voluto, così, riconoscere ad ogni Confessione il diritto di esprimere la propria identità, senza rischi d’intaccare il principio di uguaglianza in materia religiosa.

Ritornando al tema della posizione giuridica delle Confessioni, è necessario riferire della distinzione, operata dalla stessa Costituzione, tra Confessione Cattolica e Confessioni acattoliche (con/senza Intesa): alla Chiesa Cattolica è riconosciuta dal nostro ordinamento una posizione di indipendenza e sovranità, come previsto dall’art. 7, comma 2, Cost.; mentre alle Confessioni acattoliche è riconosciuto il diritto di organizzarsi secondo propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano (art. 8, comma 2, Cost.). Per quanto concerne l’ultimo inciso di tale ultima disposizione, è importante richiamare la sentenza della Corte Costituzionale che ha ritenuto di dover identificare le norme dell’ordinamento giuridico italiano con i quali le norme dello Statuto non possono contrastare con “i principi fondamentali”: si tratta della sentenza n. 43 del 21 gennaio 1988.

Quindi dalle disposizioni costituzionali esaminate (art. 7, comma 1; art. 8, comma 2) emerge come l’ordinamento italiano considera le Confessioni religiose non come semplici gruppi o formazioni sociali, ma come veri e propri ordinamenti autonomi rispetto a quello dello Stato, quindi titolari di una sfera di autonomia istituzionale, su cui lo Stato stesso non potrebbe intervenire.

In via generale, ancora, è bene precisare i principi in materia di rapporti tra Stato e Confessioni religiose, vale a dire, il principio di laicità ed il principio pattizio: in base a quello di laicità, lo Stato si riconosce incompetente in materia religiosa, per cui come conseguenza il legislatore statale non procede a disciplinare in via unilaterale il fenomeno religioso; in relazione al secondo, invece, quello pattizio, il metodo della trattativa e lo strumento giuridico dell’accordo si configurano per lo Stato gli strumenti idonei da utilizzare in tale settore dell’ordinamento giuridico.

Anche con riguardo a tali principi, è necessario procedere ad una distinzione in base alla Confessioni di riferimento: per la Chiesa Cattolica vale la garanzia dei Patti Lateranensi, medianti i quali lo Stato Italiano, oltre a trattare con la Santa Sede la condizione giuridica della Chiesa Cattolica in Italia, ha riconosciuto alla medesima, la personalità giuridica internazionale e la giurisdizione esclusiva sullo Stato Città del Vaticano, come previsto dall’art. 4 del Trattato Lateranense, accompagnandola con una serie di garanzie personali, reali e territoriali volte ad assicurare il libero ed indipendente esercizio delle funzioni di governo sulla Chiesa Universale da parte del Sommo Pontefice. Per le altre Confessioni, invece, è stabilito che ‘i rapporti tra Stato Italiano e Confessioni acattoliche sono regolate per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze’ attraverso le quali tali Confessioni assumono uno statuto di autonomia organizzativa e di una serie di prerogative sostanzialmente analoghe a quelle previste per la Chiesa Cattolica.

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