La libertà religiosa

2. La disciplina costituzionale

La libertà religiosa è disciplinata dall’art. 19 della Costituzione italiana. Essa si differenzia da quella di tipo istituzionale – sancita negli artt. 7 e 8 Cost. – che concerne, come sappiamo, la libertà delle Confessioni religiose (chiese o, più in generale, le comunità religiose). Stabilisce, infatti, l’art. 19:

“Tutti hanno il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costumi”.

Di fronte ad una disposizione costituzionale che sancisce un diritto ed una libertà fondamentale, come quella religiosa, è necessario ed opportuno porsi le seguenti domande:

  1. Qual è la nozione di “libertà religiosa”?
  2. Chi sono i titolari?
  3. Qual è il suo contenuto?
  4. Quali i suoi limiti?

A) Nozione di libertà religiosa

Quella religiosa, nell’ambito delle libertà fondamentali dell’uomo, come sopra accennato può dirsi storicamente la prima libertà ad essere stata riconosciuta dagli ordinamento giuridici.

Per ben comprendere la libertà religiosa, è opportuno tuttavia partire dalla considerazione di cosa non sia la libertà religiosa.

La libertà religiosa:

  1. non coincide con la libertà dell’atto di fede: quello di fede è un atto che – riguardando la coscienza individuale che opta per un credo religioso – per sua intrinseca natura non può che essere libero;
  2. non va confusa con la tolleranza, cioè quell’atteggiamento da parte delle pubbliche istituzioni diretto a non perseguire – per ragioni di opportunità – gruppi religiosi che nella realtà sociale costituiscono una minoranza, rispetto ad uno o più gruppi che professano invece un credo cui aderisce la maggioranza di quella medesima realtà.

La nozione di libertà religiosa – quale concetto giuridico – si sostanzia invece nella cosiddetta immunità dalla coercizione esterna (negare o imporre un determinato credo). Quale “volto” può assumere la “coercizione esterna”? Quali le “fonti” da cui potrebbe derivare tale “coercizione”? Le fonti possono essere di vario tipo: i singoli, i gruppi, le istituzioni.

Nella storia dello sviluppo di tale libertà, la “immunità dalla coercizione” è tuttavia riferita in particolar modo alle pubbliche istituzioni, ai quei soggetti cioè che più di altri hanno il “potere” d’imporre od impedire un determinato credo attraverso l’utilizzo di strumenti “propri”, come ad esempio una legge, un provvedimento.

La libertà religiosa è, infatti, qualificata giuridicamente come un diritto pubblico soggettivo, e come tale, “può essere azionato nei confronti dello Stato” ogniqualvolta un provvedimento dell’autorità statale possa limitare tale libertà.

Tuttavia, anche il contesto “privatistico” nel quale si esercita la libertà religiosa è giuridicamente rilevante: la coercizione potrebbe manifestarsi ad esempio nel contesto familiare, nell’ipotesi in cui ci sia un conflitto ‘religioso’ di tipo sia orizzontale (tra coniugi) sia verticale (tra genitori e figli). In tale ultimo caso si pone allora un problema di tutela dei diritto alla libertà religiosa del minore nella misura in cui sia da considerarsi prevalente (o meno) rispetto ad un diritto e libertà altrettanto fondamentali, come nella fattispecie il diritto di educare (anche religiosamente) i figli.

Ci sono anche altri casi di contenuto privatistico della libertà religiosa, pensiamo ad esempio alla libertà religiosa nel mondo del lavoro. Tra i rapporti giuridici che possono entrare in contatto o in conflitto con la libertà religiosa è compreso anche il rapporto di lavoro. Ciò può trovare una prima spiegazione nella constatazione che, non rimanendo le convinzioni religiose chiuse nella sfera della coscienza, ma traducendosi in comportamenti quotidiani, essi non possono arrestarsi davanti ai luoghi di lavoro, che risultano così investiti a pieno titolo da quelle rivendicazioni e da quelle tensioni che inevitabilmente si accompagnano alla frammentazione dell’odierna società multiculturale. Negli ultimi anni i punti di contatto e di conflitto sono aumentati, sia a causa dell’emergere di nuovi profili problematici sia a causa di un diverso atteggiamento dei suoi aspetti più tradizionali.

B) La titolarità

Per quanto concerne, invece, il profilo della titolarità, l’art. 19 parla di “tutti” senza alcuna differenza (art. 3 Cost.): ciò per ragioni legati essenzialmente alla natura di diritto e libertà fondamentale della libertà religiosa. Per “tutti”, dunque, intendiamo sia la persona singola (cittadini, stranieri o apolidi) che i gruppi sociali (associazioni religiose o cultuali), senza distinzione tra credenti e atei.

C) L’oggetto

La semplice lettura testuale dell’art. 19 ci consente, altresì d’individuare l’oggetto della libertà religiosa, costituito da una serie di facoltà:

  1. di professare un credo, in forma individuale o associata;
  2. di fare propaganda religiosa;
  3. di esercitare il culto, in pubblico ed in privato.

La formulazione della norma risente – come sostenuto in dottrina – dei “limiti” culturali del tempo in cui è stata approvata la Costituzione: la giurisprudenza costituzionale è, infatti, intervenuta in più occasioni per ampliare l’ambito concettuale di tale libertà, di matrice “liberale” (cosiddetta forza espansiva della libertà religiosa):

  1. in termini soggettivi: facendovi rientrare anche la posizione soggettiva dell’ateo (cfr. Corte Cost., sentenza 5 maggio 1995, n. 149; sentenza 10 ottobre 1979, n. 117);
  2. in termini oggettivi: ponendo l’art. 19 a fondamento di istituti e norme che appartengono alla sfera giuridica di altre libertà (libertà di istituire scuole o enti con finalità educative ed assistenziali confessionalmente qualificate) ovvero di posizioni soggettive “nuove”, la maggioranza delle quali riconducibili all’obiezione di coscienza (all’aborto, al servizio militare, a trattamenti sanitari obbligatori, ecc.)

D) I limiti

Per ciò che attiene, infine, ai limiti che l’esercizio del diritto in questione può legittimamente incontrare, essi sono esplicitamente dati dalla Costituzione nel solo divieto dei “riti contrari al buon costume”. Si tratta di una espressione che è stata intesa dalla dottrina in maniera più ristretta, come esclusione della legittimità “dei riti che offendono la libertà sessuale, il pudore e l’onore sessuale”; ovvero in maniera più ampia, come esclusione della legittimità dei riti contrari al sentimento etico, o addirittura al­l’intero vivere civile ed all’intero campo sociale. Al riguardo è da ritenere che il canone interpretativo del favor libertatis, che deve necessariamente essere adottato in sede di interpretazione delle disposizioni costituzionali sui diritti di libertà, imponga l’assunzione della categoria penalistica di “buon costume”, più ristretta rispetto a quella civilistica, assai più ampia. Certo comunque è che l’esercizio della libertà religiosa non può essere soggetto a limiti sotto il generico profilo dell’“ordine pubblico”; e soprattutto è certo che il limite in esame opera solo in relazione alla effettiva celebrazione di riti contrari al buon costume, rimanendo di conseguenza inoperante nei confronti di quelle confessioni religiose le quali contemplassero nel loro patrimonio liturgico riti del genere, ma non li esercitassero concretamente (quanto meno sul territorio dello Stato italiano).

2.1 Libertà religiosa e libertà di coscienza

È bene tuttavia distinguere la libertà religiosa dalla libertà di coscienza. Tra le due sfere di libertà non vi è ancora oggi una linea netta di demarcazione, così come non universalmente definite sono le loro nozioni.

Due le posizioni in dottrina:

  1. libertà di coscienza come contenuto della libertà religiosa: da questo punto di vista la libertà di coscienza coinciderebbe con uno dei contenuti della libertà religiosa, quella di professare la propria fede religiosa, di dichiarare la propria appartenenza ad una chiesa, escludendo così ogni riferimento sia al culto che al proselitismo, rientrando queste due facoltà nel più ampio ambito della libertà religiosa;
  2. libertà di religione come contenuto della libertà di coscienza: da questo punto di vista la libertà religiosa sarebbe una delle espressioni della libertà di coscienza, e propriamente di quella sua dimensione che assume come connotato specifico la religiosità. La libertà di coscienza in tal caso dovrebbe intendersi allora non solo come libertà di professare o meno un credo religioso, ma anche di optare per una tavola di valori etici, per una determinata visione della vita e del mondo ovvero per un ideologia. Ne consegue che la libertà di coscienza sarebbe riferibile anche all’ateo e non solo al credente.

Giova notare che nell’esperienza giuridica costituzionale degli Stati di derivazione liberale i rapporti tra le due libertà sono stati intesi prevalentemente nel primo senso (quindi la libertà di coscienza compresa nella libertà di religione). Viceversa, negli Stati socialisti, dove il primato è stato conferito alla libertà di coscienza piuttosto che alla libertà religiosa. Per esempio, l’art. 52 della Costituzione sovietica che garantisce ai cittadini dell’URSS la libertà di coscienza, cioè il diritto di professare qualsiasi religione o di non professarne alcuna.

3. L’art. 20 Cost.

Anche l’articolo 20 della Costituzione riguarda il tema della libertà religiosa:

“Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività”.

Con questo articolo si vuole tutelare dei gruppi religiosi. Lo scopo è quello di evitare per l’avvenire che si possa ancora adottare in Italia quella che fu definita come “formula organizzatoria del giurisdizionalismo” e che portò nel XIX secolo all’emanazione delle cosiddette leggi eversive del patrimonio degli enti ecclesiastici.

Infine, ricordiamo che anche l’art. 8, comma 1 della Cost. fa riferimento al principio di libertà religiosa: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”.

In questo articolo viene sancita la libertà dei culti, mentre nell’art. 19 viene sancita la libertà di culto e di religione.

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