Il matrimonio concordatario: il giudizio di delibazione

Palazzo della Cancelleria (l'incisione del XVIII secolo di Giuseppe Vasi esagera l'ampiezza della piazza, ove ora corre Corso Vittorio Emanuele)
Palazzo della Cancelleria (l’incisione del XVIII secolo di Giuseppe Vasi esagera l’ampiezza della piazza, ove ora corre Corso Vittorio Emanuele)

1. Premessa

Preliminarmente all’analisi del procedimento di delibazione delle sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio, è necessario richiamare due normative: la legge n. 218/1995, in materia di diritto internazionale privato ed il d.p.r. 30 novembre 2000 n. 396, in materia di ordinamento civile.

Tali norme introducono un sistema diverso tra riconoscimento civile – e, quindi, trascrizione e annotamento – delle sentenze ed atti stranieri riguardanti lo stato civile delle persone, comprese le sentenze in materia matrimoniale, dal riconoscimento civile delle sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio. Nel primo caso il riconoscimento è automatico: le sentenze o gli atti stranieri vengono automaticamente trascritte e annotate se rispondono ai requisiti di cui all’art. 64 della medesima legge; nel secondo caso è previsto un procedimento di delibazione: l’art. 63, comma 2 lett. h, 69 lett. d, 49 lett. h del d.p.r. v. infra), prevede, infatti, la trascrizione e l’annotamento nei registri dello stato civile delle sentenze della Corte d’appello previste dall’art. 17 della legge 847/1929 e dall’art. 8, comma 2, dell’Accordo del 1984 tra la Repubblica italiana e la Santa Sede ratificato con legge 121/1985 – e non, dunque, delle sentenze ecclesiastiche.

Tale normativa è conforme, altresì, al Regolamento CE 27 novembre 2003, n. 2201 sulla competenza, il riconoscimento, e l’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e di potestà genitoriale, che esclude dalla sua applicazione la disciplina in materia matrimoniale concordata dagli Stati membri con la Santa Sede.

2. Concetto di “delibazione”

Con il termine “delibazione” si intende quella speciale procedura giudiziaria tramite la quale in un determinato Stato viene accordata – a domanda di parte – efficacia giuridica ad un provvedimento di carattere giudiziario emesso dall’autorità giudiziaria di un altro Stato.

A tale procedura possono essere, pertanto, sottoposte anche le sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale emesse dall’ordinamento giudiziario canonico, in applicazione dell’Accordo tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica del 18 febbraio 1984, modificativo della precedente normativa in materia prevista dal Concordato Lateranense del 1929.

Infatti, l’art. 8, n. 2 di tale rinnovata disciplina prevede che la sentenza ecclesiastica di nullità di un matrimonio concordatario (cioè celebrato in forma canonica cui sia seguita trascrizione ai fini civili) può acquistare efficacia giuridica nella Repubblica italiana previa domanda congiunta di entrambi i coniugi o di uno di essi, da inoltrarsi presso la Corte di appello competente per territorio, che va individuata in quella nel cui distretto si trova il Comune ove fu trascritto il matrimonio stesso.

Tale procedura è rimasta, peraltro, immutata a seguito dell’entrata in vigore della Riforma del diritto internazionale privato avvenuto con la legge n. 218/95.

3. Presupposti processuali: si sostanzia nel decreto di esecutività emesso dal Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica

La domanda di delibazione, che deve essere necessariamente sottoscritta da un procuratore legale, richiede la presenza dei seguenti ed indispensabili presupposti processuali:

  • la duplice pronuncia di nullità del matrimonio – essa è data dalle due conformi decisioni giudiziali emanate in ambito ecclesiastico dichiarative della nullità del matrimonio, secondo la speciale procedura da osservarsi nei processi di nullità matrimoniale;

  • il decreto di esecutività – esso è rilasciato dal Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, nella sua funzione di superiore organo di controllo dell’attività giudiziaria ecclesiastica, con il quale si attesta la esecutività secondo il diritto canonico della delibanda sentenza ecclesiastica di nullità.

Compito del Tribunale è quello di accertare (e quindi di rassicurare lo Stato italiano) che i provvedimenti esaminati siano legittimi secondo il diritto canonico. Tali provvedimenti, in particolare, devono rispondere a tre requisiti di garanzia di tale legittimità:

  1. che la sentenza sia stata pronunciata dal giudice competente;

  2. che la citazione o comunque la chiamata a partecipare al procedimento sia stata fatta in conformità del diritto canonico;

  3. che le parti abbiano avuto rappresentanza o siano state contumaci in conformità delle norme canoniche.

Il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica è anch’esso un tribunale della Santa Sede, situato al vertice dell’organizzazione giudiziaria della Chiesa, il quale ha funzione di giudice di legittimità nonché di direzione e di generale vigilanza sull’amministrazione della giustizia ecclesiastica.

Come la Rota, ha origini molto antiche (risalenti al XIII secolo) e gode di elevato prestigio per la specificità ed importanza delle funzioni esercitate, in special modo a seguito della riforma della Curia romana attuata dal Pontefice Paolo VI nel 1967, che riorganizzò ed incrementò le competenze del Tribunale della Segnatura, conferendogli l’attuale caratterizzazione di supremo organo giudiziario della Chiesa.

Parimenti disciplinato da un ordinamento interno autonomo, esso è composto da dodici cardinali designati direttamente dal Pontefice, di cui uno con funzioni di Prefetto, che presiede tale dicastero. Questi è coadiuvato da un segretario arcivescovo, sempre di nomina pontificia, con compiti di direzione della complessiva attività del tribunale, del cui organico fanno altresì parte il promotore di giustizia e il difensore del vincolo, nonché i votanti e i referendari. A questi ultimi, parimenti di nomina pontificia, è demandata tutta l’importante attività di preparazione e studio delle pratiche loro affidate.

Le competenze specifiche attribuite attualmente al Tribunale della Segnatura sono essenzialmente ripartite in tre settori di attività:

  1. il primo settore attiene alla funzione giudiziaria, con competenza a giudicare sui ricorsi di nullità avverso le decisioni emesse dalla Rota Romana, sui ricorsi avverso i decreti con cui la Rota ha rigettato le richieste di riapertura del giudizio nelle cause di nullità matrimoniale e della sacra ordinazione, sulle istanze di ricusazione dei giudici della Rota stessa, sulle cause promosse contro i medesimi per atti compiuti nell’esercizio delle loro funzioni, sui conflitti di competenza sorti fra tribunali non soggetti allo stesso tribunale di appello;

  2. il secondo settore attiene alla funzione di giustizia amministrativa, con competenza a giudicare sui ricorsi circa la legittimità degli atti emanati dalle autorità amministrative ecclesiastiche, su altre controversie di natura amministrativa ad esso deferite dal Romano Pontefice o dai dicasteri della Curia romana e, infine, sui conflitti di competenza tra i dicasteri medesimi;

  3. il terzo settore attiene alla funzione di regolamentazione e controllo della complessiva amministrazione della giustizia (analogamente a quanto avviene da parte del Ministero della Giustizia nell’ordinamento statale italiano) e costituisce la parte più rilevante della complessiva attività della Segnatura. Tra le specifiche competenze di tale settore va ricompreso ogni intervento teso a garantire il corretto esercizio della funzione giudiziaria da parte dei tribunali, come – ad esempio – disporre controlli o indagini sull’attività di questi ultimi, procedere contro avvocati colpevoli di abusi o corruzione, esaminare richieste di trasferimento delle cause da un tribunale ad un altro ovvero di trattazione di una causa in terza istanza innanzi ad un tribunale locale, come pure richieste da parte di vescovi o conferenze episcopali per la costituzione di nuovi tribunali interdiocesani e di appello. Inoltre e sempre nell’ambito di tali competenze, va segnalato il controllo di legittimità che il Tribunale della Segnatura opera sulle sentenze di nullità matrimoniale ai fini della loro esecutorietà civile (cosiddetta delibazione) in ambito statale, in ottemperanza alle intese concordatarie effettuate dalla Santa Sede con varie nazioni, tra cui l’Italia. A tale complessiva funzione di vigilanza si affianca poi quella di indirizzo e consulenza a favore dei tribunali che ne facciano richiesta in merito alla corretta interpretazione ed applicazione di norme giuridiche ovvero per risolvere problemi e difficoltà di vario genere nell’espletamento dell’attività giudiziaria degli stessi.

4. Il procedimento di delibazione

Il procedimento per il riconoscimento delle sentenze ecclesiastiche di nullità si svolge dinnanzi alla Corte d’Appello del luogo in cui stato trascritto il matrimonio canonico.

Esso si attiva per iniziativa delle parti: più precisamente, “su domanda delle parti o di una di esse” (art. 8.2 Acc.), mediante atto di citazione o ricorso, a seconda che le parti siano d’accordo o meno circa l’efficacia civile della sentenza canonica di nullità (Cass. Civ., Sez. Unite, 5 febbraio 1988, n. 1212; cfr. anche Cass. Civ. 19 novembre 1998, n. 11658), cui allegare, quale presupposto processuale della domanda, la sentenza ecclesiastica di nullità munita di decreto di esecutività da parte del Tribunale della Segnatura Apostolica (il superiore organo ecclesiastico di controllo).

Gli accertamenti della Corte d’Appello riguardano quanto segue:

  • l’esistenza ed autenticità della sentenza munita di decreto di esecutività;

  • che il matrimonio dichiarato nullo era un matrimonio canonicamente trascritto (art.8, c.1, Accordo);

  • che il giudice ecclesiastico era competente a conoscere la causa;

  • che nel procedimento davanti ai Tribunali ecclesiastici è stato assicurato alle parti il diritto di agire e resistere in giudizio;

  • che ricorrano le condizioni richieste dalla legge italiana per la dichiarazione di efficacia delle sentenze straniere: conformità delle disposizioni della sentenza canonica all’ordine pubblico; assenza di giudicato e litispendenza sul medesimo oggetto tra le stesse parti.

Al fine d’intendere quest’ultimo tipo di accertamenti attribuiti alla competenza della Corte d’Appello occorre tener presente l’art. 64 della legge n. 218 del 1995, tenendo conto della specificità dell’ordinamento canonico dal quale è regolato il vincolo matrimoniale che in esso ha avuto origine

La Corte assume, inoltre, i provvedimenti sia di natura economico-patrimoniale, sia personale:

  1. provvedimenti di natura economico-patrimoniale: attribuendo al coniuge che ne abbia il diritto e ne faccia richiesta una provvisionale sulle indennità spettantigli a norma degli artt. 129 e 129 bis c.c., rimandando le parti davanti al giudice competente in primo grado per la decisione su tali questioni (art. 8, comma 2, Accordo; v. art. 128 e ss. sul matrimonio putativo);

  2. provvedimenti di natura personale: adottando i provvedimenti sull’affidamento dei figli e/o sull’assegnazione della casa familiare.

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