Il matrimonio concordatario: il giudizio di delibazione

5. Il problema del riconoscimento delle sentenze ecclesiastiche di nullità non conformi all’ordine pubblico

5.1 Premessa

Prima di affrontare il problema oggetto di questo paragrafo è necessario accennare ad alcuni concetti canonistici riguardanti i vizi del consenso.

Nell’ordinamento canonico il matrimonio celebrato validamente tra battezzati che sia stato consumato è indissolubile. Tuttavia, per essere valido occorre che il matrimonio sia stato celebrato secondo la forma prescritta, non siano presenti impedimenti che ne ostacolino la celebrazione e che sia stato prestato un valido consenso da parte dei nubendi.

Quest’ultimo aspetto, la presenza di un vizio del consenso, può determinare – se accertato attraverso un procedimento canonico – la nullità del matrimonio.

I vizi del consenso (o meglio il difetto di consenso e i vizi del consenso) possono così sommariamente riassumersi:

  • l’incapacità a contrarre matrimonio:

    1. incapacità per carenza di sufficiente uso della ragione (can. 1095), che riguarda coloro che siano incapaci di intendere e di volere e quindi di cosciente autodeterminazione nella vita di relazione e sono privi della necessaria capacità naturale al matrimonio, in quanto non dotati dell’uso della ragione o non dotati di una ragione sufficientemente proporzionata a costituire il negozio giuridico. Si annoverano in tali ambiti gli stati qualificati di malattie psicotiche e le alterazioni mentali di vario genere, permanenti o transitorie, che implicano un difetto intellettivo;

    2. incapacità per difetto di discrezione di giudizio, che riguarda coloro che sono privi della necessaria capacità naturale al matrimonio in quanto non in possesso di una sufficiente maturità o discrezione di giudizio, cioè di una capacità critica e valutativa proporzionata agli obblighi essenziali che si vanno ad assumere nel matrimonio. Sono più che altro disturbi della personalità, si annoverano in tali casi le nevrosi ed alcuni disordini della personalità particolarmente accentuati;

    3. incapacità per cause di natura psichica, che riguarda sempre che siano privi della necessaria capacità naturale al matrimonio, in quanto pur dotati di sufficiente uso della ragione, non sono in grado di adempiere gli obblighi essenziali che si vanno ad assumere nel matrimonio per cause di natura psichica, intendendo per tali quelle devianze sessuali, nel senso più ampio, che impediscono la costituzione di una autentica relazione interpersonale coniugale (pensiamo, ad esempio, all’omosessuale, al masochista, alla ninfomane, al travestito, al transessuale);

  • l’ignoranza, che si configura quando un soggetto contraente ignori, almeno nei suoi principi generali, l’essenza del matrimonio (cioè, che il matrimonio è la comunità permanente tra l’uomo e la donna, ordinata alla procreazione della prole mediante una qualche cooperazione sessuale);

  • l’errore, sull’identità fisica del coniuge e sulla qualità del coniuge;

  • il dolo, l’azione ingannevole, commessa in modo deliberato e fraudolento, nei riguardi di un soggetto al fine di fargli compiere un determinato atto giuridico. Circa il matrimonio canonico, esso risulterà invalido allorché un determinato comportamento doloso sia stato deliberatamente posto in essere per indurre taluna delle parti a prestare il consenso matrimoniale che altrimenti non sarebbe stato prestato. Ad esempio, si configura un comportamento doloso nel caso in cui taluno dei nubendi nasconda all’altro, prima del matrimonio, una malattia inguaribile o contagiosa pur sapendo di esserne affetto, oppure un riprovevole stile di vita o precedenti penali;

  • la violenza e il timore;

  • la simulazione (parziale e totale, unilaterale o di entrambe le parti): le fattispecie che danno luogo ad un consenso simulato sono:

    1. l’esclusione dello stesso matrimonio: Tizio ha sposato Caia escludendo il matrimonio come sacramento, ma per avere, ad esempio, la cittadinanza;

    2. l’esclusione della prole, quando taluno dei nubendi escluda la prole dal costituendo matrimonio, con il proposito di astenersi dall’intrattenere rapporti coniugali produttivi della prole;

    3. l’esclusione dell’indissolubilità, si configura quando taluno dei nubendi escluda la proprietà dell’indissolubilità del matrimonio, con il fermo proposito di ricorrere al divorzio in caso di fallimento dell’unione coniugale;

    4. l’esclusione della fedeltà, quando taluno dei nubendi escluda l’impegno della fedeltà coniugale e si riservi di commettere adulterio dopo il matrimonio, negando in tal modo al suo futuro coniuge il diritto esclusivo all’attività coniugale;

  • la condizione, relativa ad un evento presente di cui non si conosce però al momento della celebrazione la realizzazione di questo evento.

5.2 Il problema della non conformità all’ordine pubblico

Come abbiamo già detto sopra, tra i compiti della Corte d’Appello è previsto anche quello di accertare che ricorrano le condizioni richieste dalla legge italiana per la dichiarazione di efficacia delle sentenze straniere tra cui anche la conformità delle disposizioni della sentenza canonica all’ordine pubblico.

Abbiamo anche detto che al fine d’intendere quest’ultimo tipo di accertamenti attribuiti alla competenza della Corte d’Appello occorre tener presente l’art. 64 della legge n. 218 del 1995, tenendo conto della specificità dell’ordinamento canonico dal quale è regolato il vincolo matrimoniale che in esso ha avuto origine.

La formula “ordine pubblico” assume vari significati nell’ambito del diritto e in dottrina non esiste un’interpretazione univoca.

Nella materia matrimoniale, in particolare, il principio dell’ordine pubblico ha subito una sostanziale evoluzione. Prima dell’introduzione del divorzio (legge 898/1970) e della riforma del diritto di famiglia (legge n. 151/1975), principio strutturale dell’istituto matrimoniale era quella della indissolubilità del matrimonio (prevalenza della dichiarazione sulla volontà effettiva dei coniugi). Successivamente al 1970 il principio dell’ordine pubblico italiano in materia matrimoniale è quello dell’effettività dell’unione coniugale coincidente con il mantenimento della “comunione spirituale e materiale” (prevalenza della volontà effettiva sulla dichiarazione).

Sulla base di tale principio, dunque, ci si chiede quali casi di nullità del matrimonio canonico possono porsi in contrasto con l’ordine pubblico.

Si sta assistendo, recentemente, a pronunce giurisprudenziali che danno un’interpretazione difforme degli impegni assunti dall’Italia in sede concordataria circa la delibazione delle sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale, con particolare riferimento al concetto di ordine pubblico, sebbene l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, così come è emerso in alcune sentenze favorevoli alla delibazione, rimanga pur sempre fluttuante e non univoco.

La Cassazione, ed ancora una volta al massimo livello, ha enunciato il principio per cui “non ogni vizio del consenso accertato nelle sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio consente di riconoscerne l’efficacia nell’ordinamento interno, dandosi rilievo nel diritto canonico come incidenti sull’iter formativo del volere anche a motivi e al foro interno non significativi in rapporto al nostro ordine pubblico, per il quale solo cause esterne e oggettive possono incidere sulla formazione e manifestazione della volontà dei nubendi, viziandola, o facendola mancare. L’errore, se indotto da dolo, che rileva nell’ordinamento canonico ma non in quello italiano, se accertato come causa di invalidità in una sentenza ecclesiastica, potrà dar luogo al riconoscimento di questa in Italia, solo se sia consistito in una falsa rappresentazione della realtà, che abbia avuto ad oggetto circostanze oggettive, incidenti su connotati stabili e permanenti, qualificanti la persona dell’altro nubendo” (La Cassazione, conformemente a quanto statuito dalla Corte di merito, ha ritenuto in contrasto con l’ordine pubblico interno “la rilevanza, sulla formazione del volere dei nubendi, data in sede canonica ad un errore soggettivo e ha negato il riconoscimento dell’efficacia della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio nel caso in cui la rilevanza dell’ignoranza di uno dei nubendi sull’infedeltà dell’altro prima del matrimonio è certa in attuazione delle istanze etiche che sottostanno al matrimonio religioso e alla “specificità” del diritto canonico, ma non è assolutamente compatibile con l’ordine pubblico italiano”).

Inoltre, in una sentenza, a dir poco paradossale, il giudice di legittimità ha negato la delibabilità di una sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale per contrarietà all’ordine pubblico, considerando ostativa alla predetta delibazione la prolungata convivenza dei coniugi protrattasi per venti anni dopo la celebrazione del matrimonio.

In estrema sintesi possiamo dire che problematiche (relative alla delibabilità) sono insorte nell’ipotesi di nullità canonica relativa alla cosiddetta simulazione unilaterale del consenso matrimoniale: la Cassazione è intervenuta varie volte affermando che assume rilevanza come principio di ordine pubblico anche la tutela della buona fede del coniuge ignaro della simulazione (Cass. Civ. Sent. 1 ottobre 1982, n. 5026) a tutela dei valori della libertà personale, della libertà religiosa, dell’uguaglianza e del pieno sviluppo della persona umana. Dunque: la simulazione unilaterale del consenso di uno degli sposi, se non è né conosciuta né conoscibile dall’altra parte, non consente il riconoscimento della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio (Cass. Civ. Sent. 2 dicembre 1993).

6. Effetti della delibazione

La delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio canonico, facendo venir meno retroattivamente i suoi effetti civili fin dal giorno della sua celebrazione (lasciando tuttavia impregiudicati gli eventuali rapporti di filiazione e tutti gli obblighi giuridici ad essi collegati), fa venir meno anche l’esigenza della domanda di divorzio, qualora esso non sia già giudizialmente intervenuto tra le parti. Viceversa, è possibile la delibazione della sentenza ecclesiastica anche se sia già intervenuto il divorzio, i cui effetti personali e patrimoniali già eventualmente ivi statuiti restano comunque fermi ed efficaci.

Dalla nuova disciplina concordataria resta, tuttavia, esclusa la possibilità di delibazione delle dispense pontificie per lo scioglimento del matrimonio rato e non consumato (di cui parleremo in modo più approfondito nella prossima lezione), poiché trattasi di provvedimenti graziosi e del tutto discrezionali, emessi con un procedimento di carattere amministrativo e non giudiziario, nel quale sono assenti le fondamentali garanzie giurisdizionali sancite dalla Costituzione repubblicana a favore di ogni cittadino italiano.

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