L’Oman più antico

Nel mercato del bestiame di Nizwa decine di banditori, vestiti con il dishdasha bianco lungo fino ai piedi e con un turbante o un copricapo in testa, fanno muovere in cerchio la merce belante e recalcitrante mentre gridano prezzi. La tettoia di lamiera fa sembrare questo cerchio una giostra. Un ragazzo robusto tira tre capre dalla lunga criniera, un altro saltella dietro a un caprone nero dalla barba chiara e ricciuta, un uomo anziano e muscoloso porta in braccio un agnello lanuginoso. Due compratori esaminano il morso di un esemplare e le zampe. La trattativa si chiude con un cenno di rifiuto: il caprone dovrà continuare a mettersi in mostra per essere venduto. Se ne torna zoppicante, con il banditore nel cerchio che si blocca ogni volta che qualcuno vuole vedere o comprare un animale.

Dopo aver osservato la vendita del bestiame, entro in una struttura con il soffitto a volta all’interno del vecchio suq della città, dove assaggio una decina di tipi di dattero. Sotto gli alberi di giuggiolo, all’ingresso del mercato, degli uomini soppesano tra le mani carabine lucidate e pugnali. Alcuni sperano di concludere qualche buon affare, ad altri invece basta chiacchierare di dettagli tecnici. In un angolo i bambini vendono colombe e conigli. Alcuni di loro cercano di imitare le espressioni degli adulti.

Tutti i venerdì mattina Nizwa torna a essere un variopinto pezzo di antico oriente, anche se ormai da tempo una strada illuminata a due corsie collega questa città dell’entroterra, ex capitale dell’Oman, con Mascate, la capitale in riva al mare. In confronto a Mascate, la regione montuosa del nord, che oltre a Nizwa comprende il massiccio del Jabal Akhdar, è un baluardo della tradizione. Qui ci sono molte delle antiche oasi, con le piantagioni di palme da datteri e i canali d’irrigazione, chiamati falaj. Ci sono ancora le fortezze da cui un tempo le diverse tribù dominavano il paese.

In questa zona nacque la corrente religiosa che ha fatto dell’Oman un’eccezione tra i paesi islamici: metà degli abitanti è ibadita, e più a nord sunniti e sciiti non formano insieme neanche il 20 per cento della popolazione.

Convivere pacificamente
Mi chiedevo se si potesse capire qualcosa dell’ibadismo fermandosi per qualche giorno nella sua terra d’origine. La mia guida Abdullah al Shuhi ha aggrottato la fronte mentre ci dirigevamo con la jeep verso Nizwa. Intanto lungo la strada abbiamo visto le rovine di antiche torri di difesa.

Quando parliamo di religione Abdullah teme che io, da occidentale curioso, manchi di rispetto alle usanze del paese e che faccia domande inopportune su questioni che riguardano la fede dei miei interlocutori. La sua diffidenza ha a che fare con il senso civico omanita. In Oman le diverse correnti dell’islam convivono pacificamente. “Quel che ci unisce è la fede. Questa è la cosa più importante, non le particolarità dell’una o dell’altra corrente”. Per Abdullah, qualunque domanda sulle peculiarità dell’ibadismo è vecchia e pedante. In Oman conta solo il presente.

In effetti, il paese si è lasciato il passato alle spalle con uno scatto felino. Nel 2010 si è attestato al primo posto nell’indice delle Nazioni Unite sullo sviluppo: negli ultimi quarant’anni nessun altro stato ha fatto tanti progressi. Il petrolio è stato d’aiuto, ma il merito va anche al sultano Qabus, che nel 1970, a 29 anni, cacciò il padre dal trono innescando un processo di modernizzazione che continua a guidare con modi autoritari ma anche con giudizio. Il benessere raggiunto si è trasformato in programmi di formazione, un sistema sanitario gratuito, salari elevati e un’intricata rete stradale. Inoltre, al compimento del ventottesimo anno d’età, ogni omanita ha diritto a un lotto di terra nella zona dove risiede. Le conseguenze di questa generosa politica terriera si colgono subito: edifici dipinti di bianco costruiti da poco e sparpagliati apparentemente senza alcun criterio su ampie distese di terra. Osservando le colline nei dintorni, invece, si vedono gli antichi villaggi color ocra costruiti con mattoni di argilla. Visto che anche i loro abitanti hanno ricevuto degli appezzamenti in dono, oggi le abitazioni in argilla sono quasi tutte vuote. Gli omaniti vivono meglio nei nuovi insediamenti. I turisti però preferiscono visitare gli antichi villaggi, anche perché spesso lì vicino ci sono dei bellissimi boschi di palme da datteri, che un tempo erano fondamentali per sopravvivere in queste terre aride e rocciose. I frutti pendono dai rami in densi grappoli riparati da larghe foglie, ma non sono ancora maturi per la raccolta. All’ombra delle palme ci si può godere la luce brillante e soprattutto l’erba verde, quasi introvabile.

Ad Al Hamra, un paese ai piedi del massiccio del Jabal Akhdar, saliamo lungo stra- de abbandonate. Passiamo sotto il tetto scoperchiato dell’antico suq, la luce del sole che filtra dalle travi disegna delle strisce sul suolo polveroso. Gli edifici sono addossati l’uno all’altro, i muri d’argilla sono spessi, interrotti da minuscole finestre dalle cornici sbiadite. Abdullah mi guida per una scala sgretolata fino a un piano rialzato dove mi mostra un salone con le pareti decorate da fasci di rose, foglie di palma e stelle. Da un altro punto mi fa salire fino a un secondo piano avvertendomi: “È meglio se metti i piedi dove li metto io: di questi pavimenti non ci si può più fidare”. Il mio sguardo cade su una porta di legno verde scardinata e decorata con enormi ribattini. “Nessuno porta via antichità del genere?”. Abdullah fa un sorriso indulgente e poi dice: “Non farti ingannare, quella porta è degli anni novanta”. Su alcune facciate la pioggia ha tracciato strisce che sembrano disegni, ma che proprio per questo fanno capire quanto siano vulnerabili gli edifici rimasti. Per ora nessuno si è preoccupato di salvaguardare queste antiche case: è ancora troppo recente la gioia di essersene sbarazzati.

Un paio di chilometri più in alto rispetto ad Al Hamra c’è Misfat Al Abriyeen, un villaggio di montagna con alcune case appollaiate sulle rocce. Il palmeto, piantato su piccoli campi terrazzati, circonda il paese. Dove un tempo c’era la casa del maestro coranico, ora c’è un bed and breakfast. Lo gestiscono due nipoti del maestro insieme allo zio, che ha faticato molto per convincerli che alcuni turisti preferiscono vecchie mura in collina a un albergo a quattro stelle in un palazzone lungo l’autostrada. Ogni tanto vengono organizzate visite guidate ai giardini terrazzati e ci sono anche un paio di abitanti del villaggio che stanno pensando di aprire un ristorante e un paio di negozi. Al momento gli ospiti del bed and breakfast cenano sul tetto della casa, dove prima, quando non c’era ancora l’aria condizionata, la famiglia dormiva per tutta l’estate. Prima di andar via dalla Misfah old house, ci sediamo sulla terrazza, dove ci servono caffè al cardamomo e datteri secchi. Un classico del viaggio.

Abdullah al Kindi, erudito islamico ibadita di Nizwa, ci accoglie nel suo giardino. Accanto a un paio di palme da datteri ci sono anche un mango e un fico. Ci sediamo sotto un pergolato ricoperto di foglie di vite, tra le rose e i banani che si contendono un’aiuola incolta, dove cresce anche il mais, usato soprattutto come mangime per gli animali. Il turbante e il dishdasha di Al Kindi sono di un bianco accecante. Con lui si può chiacchierare liberamente degli ibaditi, anche se a quanto pare Abdullah continua ad avere le sue riserve e all’improvviso traduce in modo stranamente contorto. Comunque anche Al Kindi sottolinea che gli abitanti convivono pacificamente: “Gli ibaditi sono una corrente particolarmente tollerante. Per questo, nel nostro paese regna la libertà di culto.

Gli omaniti sono abituati da sempre a confrontarsi con fedi diverse. Non abbiamo mai scatenato guerre religiose”. Nelle moschee, i sunniti e gli ibaditi pregano insieme. A un certo punto della preghiera i sunniti alzano le mani mentre gli ibaditi le tengono abbassate, ma per il resto non ci sono altre differenze nel rituale quotidiano. “Siamo vicini ai sunniti. Siamo vicini agli sciiti. A dire il vero, siamo i più adatti a ricoprire un ruolo di mediatori”. Al Kindi sa bene di cosa sta parlando, vista la guerra scoppiata nel vicino Yemen. L’Oman è l’unico paese della penisola araba a essere rimasto neutrale nel conflitto.

Le moschee
In questa zona si possono visitare le fortezze dei potenti imam che un tempo controllavano il territorio. Colossi di pietra e argilla che dominano vaste distese disordinate di palme da datteri. Nel paesaggio spicca il forte medievale di Bahla, un complesso di torri di varie dimensioni che tra le sue mura potrebbe tranquillamente contenere una piccola città antica. Nel 2013 la fortezza è stata aperta al pubblico. Camminiamo tra le mura mettendo in fuga alcuni pipistrelli mezzi addormentati. Tornati nel centro dell’enorme cortile della fortezza, mi sento come all’interno di un labirinto di pietra.

Rispetto a queste fortezze le moschee sembrano edifici modesti. Solo da alcuni anni il sultano permette di erigerne di nuove nelle città che continuano a espandersi. Invece le moschee antiche in cui ci accompagna un giovane imam di Nizwa sono piccole e hanno un’aria spartana. Solo le nicchie delle sale di preghiera, orientate verso la Mecca, sembrano avere un paio di secoli di storia alle spalle. L’imam cerca di decifrare un’iscrizione, e usando la calcolatrice del suo smartphone alla fine dice: “Settecento anni”. E si stupisce lui stesso.

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