I sistemi di relazione tra Stato e Confessioni religiose in Italia

La breccia, qualche decina di metri sulla destra di porta Pia, in una foto d'epoca

La breccia, qualche decina di metri sulla destra di porta Pia, in una foto d’epoca

1. Legislazione preunitaria

La legislazione degli Stati preunitari è ispirata prevalentemente ai principi del giurisdizionalismo-confessionista:

  • il Regno di Sardegna si presenta come una realtà politico-istituzionale, dal punto di vista religioso, d’ispirazione confessionista: la religione cattolica è la religione di stato, gode di privilegi ed ampie autonomie, ed al diritto canonico è rimessa la disciplina di interi settori del diritto civile (ad esempio, il matrimonio; i registri anagrafici);
  • nel Lombardo-Veneto (parte dell’Impero austriaco) le relazioni tra Stato e Chiesa erano d’ispirazione giurisdizionalista-confessionista, caratterizzato da un intervento dello Stato nella vita interna della Chiesa (controllo sulle nomine dei Vescovi, dei Parroci, sui seminari ed in genere su tutte le attività della Chiesa);
  • il Granducato di Toscana e i Ducati di Modena e Parma si ispirano, anch’essi, ad un modello giurisdizionalistico: in tale contesto l’intervento dello Stato si “spinge” fino a porsi come strumento per una Reformatio Ecclesiae, cioè ad una riforma della Chiesa mediante leggi statali;
  • lo Stato Pontificio, d’ispirazione unionista, si caratterizza per una compenetrazione tra potere politico e potere religioso. Si tratta di un esempio di Stato teocratico-ierocratico, basato su un ordinamento giuridico di cui il diritto canonico era fonte principale;
  • una marcata impronta giurisdizionalistica caratterizza la politica e la legislazione ecclesiastica del Regno delle Due Sicilie: la Chiesa, le sue istituzioni e la sua vita interna erano sottoposti ad un controllo diffuso e pervasivo.

2. Verso l’Unità d’Italia

Partiamo dal Regno di Sardegna che, come noto, guidò il movimento di unificazione nazionale, seguendo la suddivisione storica operata dalla dottrina:

1848-1855

Il 1848 è una data storica: entra il vigore lo Statuto Albertino.

L’art. 1 dello Statuto Albertino può subito documentare quale tipo di relazione esistesse in quel periodo tra lo Stato e le Confessioni religiose: “La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi.”. Il tenore letterale di tale disposizione ci consente, così, di formulare una qualificazione dello Stato in senso confessionista.

La reazione politica alla disposizione dell’art. 1 fu quasi immediata: solo qualche mese dopo la sua approvazione, venne adottata la legge n. 735 del giugno 1848. la quale precisò che: “La differenza di culto non forma eccezione al godimento dei diritti civili e politici, ed all’ammissibilità alle cariche civili e militari”.

Comincia, così, a profilarsi un nuovo orientamento di tipo separatista-giurisdizionalista, ma di un tipo di giurisdizionalismo diverso da quello passato: non più di tipo confessionista, ma di tipo laicista, anticlericale. Basti pensare alle numerosi leggi che vennero adottate, come reazione a tale “riconfessionalizzazione” dello Stato, come la legge n. 777 del 1848 (di soppressione di alcuni ordini religiosi) e la legge n. 1037 del 1850 (che introdusse la cosiddetta “manomorta”, e cioè controlli sui patrimoni immobiliari ecclesiastici).

1855-1861

In questo periodo la tematica ecclesiastico non costituisce una priorità dell’agenda politica. È di questi anni, tuttavia, la legge cosiddetta eversiva (legge 878/1855 che sopprimeva le case degli ordini religiosi che non attendessero alla predicazione, all’educazione e all’assistenza degli infermi: questa legge fa sostanzialmente una distinzione tra enti ecclesiastici utili dagli enti inutili) e quella sulla libertà della scuola cattolica (Legge Casati sulla pubblica istruzione).

Sono anni in cui si regista un atteggiamento di fiducia nell’avvenire del Paese; il processo di unificazione va avanti e nel 1861 viene proclamato il Regno d’Italia.

3. L’Unità d’Italia, le cosiddette leggi eversive e la Questione Romana

1861-1867

Dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia le tensioni tra Stato e Chiesa si inaspriscono. Il problema dell’assetto della proprietà ecclesiastica ritorna al centro dell’attenzione politica e nei confronti della Chiesa viene attuata una politica restrittiva che incide soprattutto sui beni ecclesiastici (le cosiddette leggi eversive)

La legislazione più significativa è la seguente:

  • legge n. 764 del 1862 che concerne la modifica delle leggi eversive e loro estensione a tutto il territorio del Regno (per i beni mobili: Istituzione della Cassa Ecclesiastica; per i beni immobili: loro acquisizione al patrimonio dello Stato). Inoltre, fu introdotto il principio della conversione dei patrimoni immobiliari ecclesiastici soppressi;
  • legge n. 3036/1866 con la quale vennero soppressi degli enti regolari, cioè ordini religiosi e congregazione religiose. Il patrimonio di tali enti soppressi fu devoluto al demanio dello Stato con l’obbligo di iscrivere nel grande libro del debito pubblico una rendita del cinque per cento a favore del neo costituito fondo per il culto che poi avrebbe funzionato come cassa ecclesiastica per i parroci ed i religiosi regolari;
  • legge n. 3848/1867 riguardante la soppressione degli enti secolari che lo Stato riteneva superflui per il soddisfacimento dei bisogni religiosi (cioè degli enti ecclesiastici non facenti parte di un ordine o di una congregazione religiosa, ad eccezione delle parrocchie, ordinariati, canonicati…).

Altre importanti riforme:

  • istituzione del matrimonio civile obbligatorio (Codice Civile del 1865);
  • disposizioni restrittive della capacità civile e politica degli ecclesiastici.

Questo periodo è anche caratterizzato dal sorgere della Questione Romana per il problema dell’annessione di Roma al Regno d’Italia. Gli episodi più emblematici di tale situazione sono: il fallito tentativo rivoluzionario a Roma; il tentativo d’invasione dei garibaldini sconfitti a Mentana dalle truppe pontificie e da quelle francesi.

4. La caduta del potere temporale delle Chiesa, la Questione Romana e la legge delle guarentigie

1867-1889

Fin dal 1860 il desiderio di porre Roma a capitale del nuovo regno d’Italia era già stato esplicitato da Cavour nel suo discorso al parlamento italiano nel 1860, il quale sperava che l’Europa tutta sarebbe stata convinta dell’importanza della separazione tra potere spirituale e potere temporale, per cui riaffermò il principio di «libera Chiesa in libero Stato». Ma ciò incontrò il dissenso da parte dello Stato Pontificio e dello Stato francese su tutti che stanziò delle truppe francesi a difesa del potere temporale di Papa Pio IX. Gli stravolgimenti politici avvenuti in Francia nel 1870 con l’inizio della guerra franco-prussiana e l’avvento della Terza Repubblica comportarono l’abbandono di Roma da parte dei francesi e permisero la “presa di Roma” da parte dell’esercito italiano. Il 20 settembre del 1870 il Regno d’Italia annetteva Roma decretando la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi. Papa Pio IX si ritirò nel palazzo del Vaticano e si dichiarò prigioniero.

La Questione Romana sorta con il problema dell’annessione di Roma al Regno d’Italia rimane ancora aperta in quanto si pone anche il problema dell’indipendenza del Pontefice e della Santa Sede.

Una prima soluzione si profila con la legge delle guarentigie del 13 maggio 1871, n. 214 con la quale s’intende assicurare alla Santa Sede degli spazi di autonomia onde assicurare al Pontefice il libero esercizio del suo potere spirituale. Era suddivisa in due parti: una prima parte in cui si trattava delle prerogative del Sommo Pontefice e della Santa Sede (corresponsione di una rendita annua, la concessione dei Palazzi Apostolici vaticani e lateranensi, il divieto della Polizia italiana di introdursi nei Palazzi vaticani, riconoscimento di prerogative ed immunità ai diplomatici); la seconda parte riguardava le relazioni dello Stato con la Chiesa (l’abolizione del giuramento dei vescovi). Con questa legge lo Stato riteneva di aver risolto in qualche modo la Questione Romana. Tale legge, dichiarata fondamentale dal Consiglio di Stato nel 1878, non soddisfa pienamente la Santa sede, in quanto legge “unilaterale” e, dunque, sottoposta al rischio dei modifiche e abrogazioni.

Legge importante di tale periodo è il Codice Penale Zanardelli (1889): la disciplina delitti contro la libertà dei culti (artt.140-142), “parifica” la religione cattolica alle altre religioni, sotto il profilo del bene giuridico tutelato (l’interesse religioso).

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